“Vite pericolose di bravi ragazzi” di Chris Fuhrman

Quando leggo libri come questo (pochi) mi chiedo perché non sia un titolo estremamente noto a tutti. Cioè, dovrebbe essere uno di quei romanzi che dici: «Hai presente Vite pericolose..?» e il tuo interlocutore fa cenno di sì con la testa, perché lo conosce chiunque. Sto cercando di contenere quello che penso, per mantenere un po’ di quel distacco emotivo necessario alla credibilità che, per convenzione, non dovrebbe mai sfociare nella tifoseria estrema. Ma no, anzi, me ne sbatto: Vite pericolose di bravi ragazzi è uno dei più bei romanzi sull’adolescenza che abbia mai letto. E ne ho letti.

Ora però sono terribilmente incazzato. Già, perché Fuhrman è morto di cancro a 31 anni, e questa è la sua unica opera. Avrei voluto non leggerlo, e per un po’ ci sono riuscito, ma questo dannato libro mi ha inseguito sugli scaffali delle librerie, fino a cadermi in mano in una rivendita di stock editoriali.

La trama è questa: la fine dell’adolescenza.
Poi c’è tutto il resto, ma quello che conta è la capacità incredibile che ha avuto l’autore di descrivere il breve periodo di confine appena prima dell’età adulta. Ci sono sbronze, risse, amori, sesso, alcool, droga, amicizia, morte. E c’è Francis, che vive tutto sulla sua pelle, come ha fatto chiunque. Francis è il lettore, è lo sguardo insicuro e timoroso della prima esperienza. E’ la sensazione di fare cose cattive, anche quando non lo sono, ma lo appaiono perché ancora sconosciute.

Grazie Chris, avrei preferito non scoprirti.

“La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth

Avevo un’oretta disponibile e mi sono trovato questo libretto tra le mani. E’ un racconto veloce veloce di circa sessanta pagine.

La trama è nota. Un senzatetto alcolizzato contrae un debito con un generoso sconosciuto, che lo elemosina di alcuni denari. Unica sua missione (non troppo convinta), e voto nella vita, diventerà quella di restituire il debito sotto forma di donazione a Santa Teresa, nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Ogni pretesto sarà valido per posticipare questa azione.

Il film non l’ho visto, però avevo letto critiche molto felici al libro e quindi mi sono buttato. A mio parere niente di particolare, non ho trovato riflessioni sulla vita di rilevante interesse. Un po’ tirata, si potrebbe azzardare una sorta di critica su come il denaro cambi e influisca sulle intenzioni e le personalità. E’ un misto tra un Bukowski trattenuto e la visione della vita da parte di un alcolizzato (che poi è la stessa cosa).
Preferisco Bukowski, appunto. O John Fante.

“Millennium – La regina dei castelli di carta” di Stieg Larsson

Eccoci qui, con la Trilogia Millennium completata. Dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, l’ultimo consistente capitolo: La regina dei castelli di carta. Per fare un veloce ripasso ho appena riletto quanto avevo scritto dei due precedenti volumi. Vorrei poter essere così entusiasta anche del terzo, ma purtroppo non è così. Prova lampante lo è il diverso tempo di lettura, una settimana a libro per i primi due, quasi un mese e mezzo per questo. Non è un buon segno.

Sono, purtroppo, una persona che tende ad annoiarsi velocemente degli schemi di costruzione ripetitivi. Questo è il principale motivo, ad esempio, per cui non seguo le serie televisive, tanto di moda ora. La regina dei castelli di carta ricalca completamente il modello dei primi due episodi di Millennium, facendo decadere la curiosità, che rimane legata esclusivamente ad elementi della trama, allo stesso modo per cui si desidera seguire la nuova puntata di una soap opera (se lo si desidera..). La struttura narrativa è ormai consolidata e non presenta novità di alcun tipo, la noia è quindi dietro l’angolo. Forse avrebbe giovato, a questo tomo di 850 pagine, un buon taglio centrale di 200 pagine. E’ proprio al centro, infatti, che ho temuto di essere costretto a mollare tutto, quando la noiosa parte legata al più puro spionaggio, prende il sopravvento.

Cerca di capire, il libro è comunque godibile e, se ti sono piaciuti i primi due, difficilmente riscontrerai i miei problemi sul terzo. Tuttavia io cercavo quel guizzo in più che non ho trovato.
La dico in altri termini.
Ho letto, da qualche parte, che la serie di Millennium prevedeva dieci volumi e che la morte di Larsson ha interrotto il progetto a tre (si, so che c’è un quarto volume, ma le operazioni commerciali non le considero). Ecco, dopo questo terzo volume, difficilmente sarei andato oltre.

“La cura dal benessere” di Gore Verbinski

Oggi ti lascerò in sospeso fino alla fine, per sapere cosa penso realmente di questo film di merda. Ops..

Ne ho avuto sin da subito il latente sospetto, quando di sottofondo alle prime immagini c’era la SOLITA nenia canticchiata dalla SOLITA vocina infantile. Però mi sono detto, cazzo, il trailer era abbastanza fico, il film è lungo la bellezza di 2h27′ (difficilmente le stronzate colossali durano tanto), non può essere, dai.
Invece può essere.

Proprio per questi motivi un pregio l’ho trovato, ed è anche l’unico. Il trailer è assolutamente uno dei trailer più ingannevoli degli ultimi anni. Bisogna premiare chi l’ha montato. Un lavoro da maestro, che non fa intuire in nessun modo la trama defecatoria che ci si nasconde dietro.

Per la prima ora e mezza hai l’illusione (e la speranza a ‘sto punto) di trovarti semplicemente in una copia sbiadita di Shutter Island, con Dane DeHaan a sostituire l’inarrivabile Di Caprio. L’atmosfera è inquietante, c’è del mistero, insomma, ci sta. Poi lentamente, la trama di merda, subdola come un emorroide durante una cronoscalata, si insinua tra le pieghe del film, e manda tutto in vacca.

SPOILERO (TRAMA)
Il protagonista, il Leo mancato di sopra, è incaricato di andare in Svizzera a recuperare un vecchio capitano d’azienda, scomparso in una SPA gigante (purtroppo senza massaggiatrici). Praticamente, in questa casa di cura, che si raggiunge attraverso un percorso tortuoso tra le montagne (si, Kubrick sta piangendo), i ricconi anziani del pianeta si ritrovano per ricevere dei lussuosi trattamenti riabilitanti, in stile Cocoon. Solo che, invece dei bozzoli alieni, vengono segretamente insidiati dalla famiglia allargata dell’anguilla di Valeria Marini in Bambola. Già, perchè il proprietario della clinica è in realtà un barone di 200 anni di età, che sta effettuando degli esperimenti sulla fertilità umana (utilizzando dell’acqua infestata da delle anguille Highlander di 300 anni), sacrificando sti poveri vecchi. Il tutto per riuscire a trombare e a mettere incinta sua figlia, una 16 enne di 180 anni, nata dall’accoppiamento di due secoli prima con la sorella del barone stesso. No, non sei finito nella categoria “incesti” di Youporn, la trama è davvero questa. A un certo punto, il barone (alias Jason Isaacs) si strappa la maschera di finta pelle che ha sulla faccia e si scopre che, sotto il volto del serpeverde Lucius Malfoy, non c’è nient’altro che La mummia (purtroppo non ho trovato immagini su google, per mostrarti il livello di merda a cui si arriva).

Ma troviamogli anche un lato positivo a questo film, dai. Perchè uno ce l’ha. Ieri giocava l’Italia, la sala era mezza vuota e il livello di educazione generale era un po’ più alto, rispetto agli standard del venerdì sera. Le capre erano a casa sul divano, non al cinema. Ok, non sarà un merito del film, ma più di così non ci riesco, giuro.

“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

Devo fare alcune premesse, prima di scrivere di La fine del mondo storto:
• Innanzitutto sento spesso parlare Mauro Corona in tv e sulle sue pagine social, ed ogni volta mi fermo rapito ad ascoltarlo. E’ sempre piacevole ed interessante ciò che ha da dire e concordo con il suo pensiero.
• Ho acquistato d’impulso questo libro, perchè l’ho trovato a un prezzo esiguo, quindi non ho effettuato una scelta. Semplicemente volevo leggere qualcosa di questo autore e ne ho approfittato.
• E’ ritenuto il peggior romanzo di Corona anche dai suoi ammiratori più sfegatati.

Purtroppo, il libro non mi è piaciuto molto. E mi dispiace.

La trama è molto bella e semplice: da un giorno all’altro finiscono tutte le fonti di energia fossili e l’uomo deve trovare un modo per sopravvivere. Il 75% delle persone muore (per il freddo, la fame, la salute), il restante 25% deve reimparare a vivere secondo natura, rispettando l’ambiente e la natura, appunto.

Cosa mi piace (→ tutta la teoria)
L’idea è molto bella, e non è fantascientifica, ma vicina alla realtà. La critica al mondo costruito su falsi valori inutili, sul profitto e l’arrivismo, corrisponde esattamente a quello che penso. La condizione di un uomo, che sa giocare in borsa e usare le tecnologie più avanzate, ma non sa più come si accenda un fuoco, se non con un accendino, è una drammatica verità. Apprezzo e condivido appieno la visione pessimistica dell’essere umano che, come sostiene anche Corona, è un coglione. E’ una bellissima parabola tragica, che dovrebbero leggere tutti, soprattutto i bambini, nelle scuole.

Cosa non mi piace (→ la scrittura)
Per farla breve, questo romanzo di 160 pagine, poteva essere un racconto di 30 pagine, considerando già in 30 pagine un buon grado di ripetitività, per sottolineare i concetti. Tradotto: in 160 pagine c’è un livello altissimo di ripetitività. Chiariamo, vengono ripetuti anche concetti importanti, però quando leggo per tre volte che le discoteche vengono usate come stalle, la situazione stride. E’ chiaro cosa voglia indicare, e concordo, ma una volta è sufficiente. Sembra un libro scritto con rabbia (e forse lo è), ma con una rabbia propria e non comunicativa, quella che non ti fa ragionare bene e ti acceca. Come in quelle discussioni che, dopo un po’, diventano solo la ripetizione delle proprie idee, senza apportare indicazioni costruttive. Io la capisco questa rabbia, e forse è propria di chi ha ancora una inconscia speranza nella razza umana. Personalmente, non avendone, di speranza, faccio fatica a leggerla.

Detto questo, proprio per le premesse indicate sopra, credo proverò ancora un libro o due di Corona, proprio perchè potrei essere cascato sul romanzo sbagliato, con concetti eccellenti, ma male espressi.

“Montagne di una vita” di Walter Bonatti

Conoscevo già, ovviamente, Bonatti per aver visto qualche documentario sulle sue incredibili imprese e per la nota vicenda del K2 (se non la conosci leggila su wiki, è molto interessante), ma non avevo mai letto nessuno dei suoi libri. L’altro giorno quindi, nel vedere questo libro al mercatino, ho colto subito l’occasione. E sono molto soddisfatto.

Che dire, Bonatti era un superuomo, fisicamente portato e predisposto per le imprese impossibili d’alta quota. A livello prestazionale era una spanna sopra tutti gli altri, lo si capisce anche solo leggendo quante volte sia lui a massaggiare gli arti e a curarsi di compagni di viaggio che stanno per finire assiderati. Lui invece, di aiuto, sembra non averne mai bisogno. (Consiglio a tal proprosito di approfondire anche la tragedia del Pilone Centrale del Freney, altra vicenda molto interessante, se ti capita.) Per dirne una: non ricordo in quale delle sue scalate si amputa parte di un dito con una martellata, ma questo non lo ferma, prosegue e termina il percorso prestabilito, senza ritirarsi, pur potendolo fare.

Il libro poi descrive la bellezza di un alpinismo di altri tempi (Bonatti ha scalato dal 1950 al 1965, per poi passare ad altre avventure in giro per il mondo), quando la tecnologia non era presente ed esistevano ancora mappe con indicato “zona inesplorata”. Si parla di zaini pesanti 70 kg, di abiti ed equipaggiamenti lontani da quelli utilizzati ai giorni nostri. E’ un vero e proprio ritorno alla natura avventuriera dell’Uomo.

Tutto questo si condensa in una morale e in una visione ben precisa dell’autore, che spiega quale sia il vero senso dell’impresa e dell’avventura, che non deve essere facilitata dalla tecnologia e dal superamento di ogni limite grazie ad aiuti/scorciatoie. Solo l’utilizzo esclusivo delle proprie forze può legittimare realmente un’impresa. Non ha senso perforare una parete per poter dire di essere riusciti a vincerla, perchè, in poche parole, quella è una cosa che può fare chiunque. Bisogna sapersi adattare ed improvvisare con pochi mezzi.

Qui davvero si parla di una morale ed un’etica che sembra totalmente persa ai giorni nostri. Chapeau.

“Born to run – L’autobiografia” di Bruce Springsteen

Ho nella testa talmente tante cose da dire, che sicuramente ne mancherò qualcuna. Iniziamo con la più semplice: questo libro non è per tutti, ma se ti piace il Boss, se hai almeno due dei suoi album (uno può essere un caso, due no), allora DEVI leggerlo.

Generoso, come i suoi concerti, questo volume conta più di 500 pagine. La prima metà, la giovinezza, è abbastanza difficile, nel senso che è parecchio lenta e spesso, nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, rischia di essere un po’ noiosa. E’ davvero complicato capire un’emozione se non la provi personalmente, e Bruce spiega tutte le sensazioni che ha provato sui vari palchi che ha calcato in giovinezza, fin dai bar della sua Freehold. La seconda parte del libro invece cambia registro, diventa più comprensibile a livello emotivo, ed è una cazzo di svolta pazzesca. Non vorresti che finisse mai. Si inizia a intuire da dove il Boss tiri fuori l’ispirazione per la sua musica e le sue poesie, ed è fantastico.

Ho scoperto molte cose su Springsteen che, pur essendo un suo grande fan, assolutamente non conoscevo. Il difficile rapporto con il padre (e la sua malattia mentale), la continua guerra con la depressione, l’ossessione da superlavoro.

Qui si parla di musica vera, di album la cui copertina è stata fotografata in fretta e furia, perchè secondaria rispetto all’importanza delle canzoni. Di un tempo in cui il contenuto era più importante del contenitore, cosa che oggi, nel mondo del “bel canto” e del commercio ad ogni costo, sembra impossibile.

Per sua stessa ammissione, Springsteen dichiara che non si può essere tutti Mick Jagger. (Già, perchè illuminati dalla sua incredibile energia, spesso dimentichiamo che Bruce è stato contemporaneo dei Beatles, degli Stones e di Elvis. E’ la storia del Rock e lui ne fa parte a pieno titolo!) Per dirne una, il Boss non si è mai drogato. E’ una rock star operaia, costantemente al lavoro e bisognoso di divertirsi con il suo pubblico e la sua E-Street Band. Ecco, questa è la cosa che viene fuori maggiormente: la perfetta ed unica integrazione con quello che è il suo pubblico. Chiariamoci, tutti vorremmo vivere come Jagger, ma è ben chiaro, nelle sue esibizioni, che ci sia un muro tra la Star, che deve essere adorata, e le persone normali. Con Bruce questo muro crolla, l’umiltà del Boss è tangibile, lo scambio è a doppio senso. Quello che ne esce da tutto questo, dal libro, da ciò che racconta, è che Springsteen sia proprio una bella persona. Generalmente “rock star” e “bella persona” non potrebbero stare nella stessa frase, ed è per questo che il Boss è unico.

Il mio parere personale è anche che, questo essere così, diciamo, terra-terra, lo abbia penalizzato in alcuni ambiti. Ad esempio, scrive dei testi che sono poesia allo stato puro e, per conto mio, dovrebbe essere posto allo stesso livello di grandi artisti come Bob Dylan, considerati generalmente più significativi a livello letterario.

Ho un unico grande rimorso, che questo libro ha amplificato all’inverosimile. L’anno scorso avrei potuto andare al suo concerto a Milano e non ci sono andato, fondamentalmente per pigrizia stradale. Spero avrò modo di rifarmi.

Dopo aver letto l’autobiografia, ascolto la sua musica con orecchio diverso, sembra una frase fatta ma non lo è. Credo ci sia della stima e del rispetto. La stima è una cosa difficile da provare in questo settore: spesso si ha un idolo, lo si ammira, come una statua sacra, un simulacro. Ma la stima è molto più difficile, ripeto, Bruce è una bella persona.
Nel leggere alcune parti, ad esempio riguardo al rapporto con il padre, alla sua morte, o riguardo alla morte di Clarence “Big Man” Clemons, il suo sassofonista storico, si rischia davvero la commozione.

Leggiti questo cazzo di libro.

Ti lascio con una canzone, una delle mie preferite, perchè è semplice e profonda allo stesso tempo. Downbound train, dal mitico Born in the Usa.

She just said “Joe I gotta go
we had it once we ain’t got it any more”
she packed her bags left me behind
she bought a ticket on the Central Line
nights as I sleep, I hear that whistle whining
I feel her kiss in the misty rain
and I feel like I’m a rider on a downbound train

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