“Le voci del bosco” di Mauro Corona

Al momento Le voci del bosco (1998) è il libro più datato di Mauro Corona che io abbia letto, come puoi vedere dalla cronologia alla fine di questa recensione. Se nelle Storie del bosco antico (2005) lo scrittore/alpinista/scultore descriverà gli animali del bosco uno per uno (ti ricordo che è un libro per ragazzi), qui invece parla degli alberi, passandoli in rassegna e elencandone le caratteristiche.

E così querce, betulle, pini, sambuchi, abeti, tassi, faggi, carpini, frassini, pioppi, ecc. vengono analizzati sotto diversi punti di vista. Quello umano, a ogni albero viene infatti associato un tipo di personalità; quello morfologico, dove tronchi e foglie vengono descritti per aiutare il riconoscimento della pianta (di cui viene anche specificato il corso della vita); quello di utilizzo, dove Corona, da scultore e artigiano, spiega come sia meglio adoperare i vari tipi di legno in base alle caratteristiche proprie della varietà di albero.

Il libro si legge molto velocemente, è lungo circa 130 pagine e intervallato dalle illustrazioni dell’autore stesso. Non vi è una divisione in capitoli, la sensazione è più quella di una chiacchierata poetica/pratica passeggiando nel bosco, un raccontare fluido e libero da vincoli. Nella sua semplicità naturalistica mi è piaciuto, proprio per questa capacità di mescolare un carattere più filosofico a uno più legato al reale utilizzo che viene (o veniva) fatto delle piante. Ovviamente si ritrovano anche qui tutte le riflessioni classiche del Corona-pensiero riguardo alla scarsa attenzione per il passato, l’avvento di un consumismo distruttivo e quel che ne segue. Ma io, lo sai, su questo sono d’accordo.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Le voci del bosco (1998)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

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“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coninvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia stato il bisogno di meditare su questo.

“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)

“Captain Marvel” di Anna Bodene e Ryan Fleck

Io non so neanche più perché vada ancora a vederli questi film, che poi esco sempre insoddisfatto. Colpa mia eh, che non apprezzo il nuovo stile dei blockbusteroni tutti effetti speciali. Cosa ti devo dire, a me è sempre piaciuta la parte iniziale dei film sui supereroi, quella in cui Batman/Superman/Hulk/ecc. non indossano (o non stracciano) ancora i loro costumi, la parte in cui le prendono dai bulli e hanno paura dei mutamenti che sentono nascere nei loro corpi. Ho sempre apprezzato il lato umano, quello debole, fragile e instabile. Quello che ti fa pensare: e se stesse succedendo a me? Ora non funziona più così, il pubblico vuole subito vedere i soldi spesi nel budget milionario. E via di luci, esplosioni, colori.
Che palle, io mi annoio.

Questo Captain Marvel non è diverso. Sì certo, Brie Larson è abbastanza figa da farti dimenticare gli effetti speciali per un po’, ma poi sull’onda delle nuove cavalcate femministe e finto paritarie non si toglie mai quel cazzo di costume e quindi il gioco dura poco.
Belli i richiami agli ’90, comunque.

Guarda, io la trama non te la racconto, mi scazzo, giuro. C’è l’eroina che prende i poteri da una delle gemme dell’infinito e diventa una sorta di supernova cavatappi che distrugge le cose. Poi ci sono i buoni e i cattivi e il colpo di scena sui buoni e i cattivi. Qualcuno ha anche voluto vedere un botto di messaggi politici relativi alla situazione dei profughi. Spero di no, perché si può pensarla come si vuole ma se siamo arrivati a fare politica nei giocattoloni della Marvel siamo pronti all’estinzione.

Lo Shazam! in arrivo con Zachary Levi (alias Chuck) sembra meglio dal trailer e più divertente. Vedremo (forse). Che poi, anche lì, il personaggio è lo stesso Captain Marvel (per chi non lo sapesse), è tutta una questione di diritti e di cause legali.

Bene, stavo per non scriverti nulla di questo film, sappilo. È un bel luna park, la solita macchina mangia soldi. C’è a chi piace.

“Clandestino” di James Ellroy

Clandestino è il secondo romanzo di James Ellroy, datato 1982. Ed è stracazzutissimamente bello.

Freddy Hunderhill è un poliziotto nella Los Angeles degli anni cinquanta, con la passione per le donne e la meraviglia. La meraviglia si incontra spesso nel suo mestiere ed è qualcosa che non è ben definibile, e non è per forza un elemento positivo, è semplicemente la meraviglia. Forse potrebbe essere la “poesia della vita”, dove la poesia non sia solo un bel tramonto, ma anche una determinata situazione tragica. Freddy è a caccia di un assassino di donne e sembra averlo trovato. Alcuni suoi superiori lo coinvolgono in un’indagine fatta di pestaggi e confessioni forzate, tanto che il principale indiziato, innocente e reo confesso, si suicida. Qualcuno deve pagare per questo errore e a pagare è proprio Freddy, costretto sotto ricatto ad abbandonare il lavoro con disonore. Passano degli anni, Freddy cerca di rifarsi una vita, ha una donna fissa e un cane ereditato da un ex-collega morto sul lavoro. Viene uccisa un’altra donna, con le stesse modalità che Freddy conosce bene. Deve riprendere a indagare, anche senza distintivo, per rimettere ordine nel mondo e nella sua vita, che nel frattempo sta andando in pezzi.

Siamo all’evoluzione di Prega detective, tutto ciò che di buono c’era nel primo romanzo di Ellroy è cresciuto e si moltiplicato. La trama è più complessa, i personaggi più profondi, la linea che divide il bene dal male si è assottigliata. Nessuno è assolto, Ellroy dipinge il mondo così come è, senza finzione, in questo noir che ti lascia in bocca il sapore di alcool e tabacco, che ti fa sentire sporco mentre lo leggi. Come per il precedente romanzo la forza non risiede nella trama ma nella costruzione dei personaggi e delle situazioni.

Vuoi un romanzo che ti porti da un’altra parte? È questo. Ti piace non sapere chi sia l’assassino fino alla fine? Clandestino fa per te.
Freddy Hunderhill non è del tutto una bella persona, ma non lo sei neanche tu. Ellroy lo sa.

Come puoi facilmente immaginare sono già a caccia della trilogia di Lioyd Hopkins. Con Ellroy procederò scrupolosamente in ordine cronologico (fatta eccezione per I miei luoghi oscuri). Ho già commesso l’errore di averlo ignorato fino ad ora, spero in questo modo di rimediare e gustarmi la sua crescita.

“Storie del bosco antico” di Mauro Corona

Storie del bosco antico è un libro molto diverso dal solito, rispetto agli altri di Mauro Corona. È infatti una raccolta di racconti per ragazzi, o meglio, per bambini. Non lo sapevo, l’ho acquistato insieme ad altri libri usati e quindi l’ho letto comunque. Sulla copertina è indicato “dai 7 anni in poi” ma, in realtà, con pochissime attenzioni a mitigare alcuni tratti più “adulti”, si presta molto bene anche alla lettura per bambini al di sotto di questa età (magari come storie della buonanotte).

La struttura è molto semplice, in 140 pagine sono racchiusi moltissimi racconti riguardanti la nascita degli animali, o le principali modifiche che hanno subito nel corso della loro esistenza. Ogni racconto è dedicato a un animale, occupa 3/4 pagine, ed è illustrato con disegni dell’autore. In verità, tolte le illustrazioni, si parla di una paginetta per ogni racconto, o poco più. Si scopre come il pipistrello ha perso la vista, il ragno ha imparato a tessere la tela, ecc. Ovviamente nulla di scientifico, tutta opera di fantasia, nello stile delle favole.

L’ultimo racconto si occupa dell’uomo, ed è qui che viene fuori la morale del libro, che è poi quella di Corona. L’uomo rovina un perfetto equilibrio: come dare torto all’autore.
Devo specificare che nel libro tutti gli animali sono creati dal Signore e le modifiche che subiscono sono volute sempre dal Signore per migliorare la loro vita o punirli. Si tratta però di un Signore accettabile anche da me, che sono totalmente ateo, cioè una figura molto poco religiosa e più funzionale al divertimento di un piccolo lettore/ascoltatore.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

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